Voglio parlarvi oggi di due oggetti che siamo soliti portare in sfilata e
che, i più, non ne conoscono le origini ed il significato: La Spada e la Rosa
d’oro del Gonfaloniere.
LA SPADA
La spada è sempre stata, per il possessore, il segno che ne denunciava la
condizione militare o cavalleresca e, per questo segnacolo di status sociale.
Nell’antica Roma non occorreva portarla bensì era sufficiente apparire
cinti di ciò che la sosteneva: il cingulum militiae.
A livello statale, intese come esplicite icone del potere, ci sono le spade
di stato e le spade cerimoniali.
Le prime sono presenti nel tesoro della corona e compaiono in pubblico solo
nelle ricorrenze più importanti.
Le seconde sono armi singolari e vengono utilizzate per dimostrare un segno
di rispetto e riconoscenza a capi di stato e/o comandanti militari: Il
conferimento avveniva durante cerimonie il cui scopo era di mettere in evidenza
il potere e l’autorità di chi la riceveva, ma anche di chi la donava. Pur
discendendo da armi, per la sovrabbondanza di incisioni e per l’uso di metalli
nobili e pietre preziose, il loro scopo non era più quello della guerra bensì
erano sinonimo di nobiltà.
Una variante della spada è lo stocco che è contraddistinto dalla maggiore
lunghezza e dalla mancanza del filo perché destinato a colpire di punta. Per
tale motivo si presentava come un’arma molto acuminata ed a sezione in genere
triangolare; nei secoli dal XIV al XVI ne era dotata la cavalleria pesante.
Smesso l’uso bellico restò la destinazione come arma cerimoniale, tant’è che, nel
‘700, dalla Santa Sede, per ben quattro volte e per l’abnegazione mostrata dall’Ordine
nella tuitio fidei, fu conferita, ai Gran Maestri dell’Ordine di Malta, con la
cerimonia detta, appunto, dello Stocco e del Pileo. Tale cerimonia è però più
antica e ce n’è traccia sin dal 1386, quando Papa Urbano VI l’assegnò al
Gonfaloniere della Repubblica di Lucca Forteguerra de’ Forteguerra. Il Papa era
ospite a Lucca per il Natale e volle ringraziare il Forteguerra per il servizio
da lui svolto come chierichetto nella Messa di Natale con un done particolare: "un
cappello di bievora, foderato di vaio, con una aquila di perle in quello
rachamata, e una spada col polso et elsa dorato, con la guaina di vegliuto
vermiglio, con una cintura grande d'una fecta di seta coperta tucta d'aguile
d'argento dorate"
In ricordo di quel prestigioso dono il Gonfaloniere, da quel lontano 1386,
ebbe sempre a sfilare accompagnato dal suo paggio particolare che recava in
mostra il famoso stocco d’oro donato dal Papa.
LA ROSA D’ORO
Altra importante onorificenza papale di cui Lucca fu insignita ben due
volte era: La rosa d’oro.
La prima Rosa d’oro fu donata, in occasione di una sua visita a Lucca, dal
Papa Gregorio XII a Paolo Guinigi nel 1408 per i meriti avuti da Lucca nella
difesa del Papato mentre la seconda fu donata da Papa Pio IV nell’anno 1565.
Era tradizione che il Gonfaloniere esponesse “la rosa d’oro” sulla tavola in
occasione dei pranzi ufficiali. Ultimamente La rosa d’oro viene donata dal Papa
non più ai singoli bensì alle Nazioni che più si sono distinti in atti di
giustizia e di pace.
Pochi sanno che Lucca nell’antichità ha dato i natali a tre Papi: Lucio III della Famiglia lucchese degli Allucingoli eletto nel 1181, Alessandro II milanese di nascita ma lucchese di adozione eletto nel 1061 e Niccolò V nato a Sarzana ma a lungo residente in Lucca.
ALESSANDRO II
Il suo nome era Anselmo da Baggio ed era nato a Milano ma si era trasferito giovanissimo a Lucca dove aveva intrapreso la carriera ecclesiastica diventando Vescovo della città nel 1057. In quegli anni Lucca non aveva ancora conquistato la sua autonomia di Libero Comune ed era quindi ancora sotto il controllo del marchese di Toscana Guelfo (padre della celebre Matilde di Canossa). Uomo di chiesa molto vicino al popolo seppe affrontare e risolvere i contrasti che stavano sorgendo contro il Marchese riuscendo a mantenere la pace all’interno della città. Alla morte del Papa Niccolò II il Conclave decise di scegliere lui come successore al soglio papale e gli fu mandata una delegazione per comunicargli la nomina. La delegazione romana arrivò a Lucca senza trovare Anselmo che si era recato a consacrare la chiesa di S. Quirico in Monticello (odierna Monte San Quirico). L’arrivo dei delegati fu comunque notato e tutto il popolo e le autorità cittadine decisero di andare incontro al novello Papa che fu raggiunto sulla strada del ritorno. Anselmo, che da Papa volle chiamarsi Alessandro II, si fermò sul greto del fiume Serchio dove raccolse un pugno di sabbia e, lanciatola in aria, dichiarò che avrebbe concesso tante indulgenze quanti erano i granelli di quella sabbia a tutti i fedeli che, ogni anno in quel giorno, avessero visitato la chiesa appena consacrata. Purtroppo, il suo mandato non fu facile per i contrasti con l’imperatore che non volle mai riconoscere la sua elezione arrivando a nominare un “suo” Papa nella figura di Onorio II. Ottone II al comando di un esercito imperiale discese in Italia sino a raggiungere Roma dove si insediò nella Città Leonina da cui però dovette fuggire dopo pochi giorni per il sopraggiungere di un forte esercito guidato da Goffredo di Toscana con il compito di ripristinare in carica il legittimo Papa. Nell’aprile del 1061 Alessandro II rientrava in Roma da cui convocò un Concilio che lanciò una scomunica contro Onorio. Solo nel 1064 fu convocato un nuovo Concilio dove fu trovato un accordo fra i vescovi italiani e quelli tedeschi per porre fine alle lotte e riconoscere definitivamente Alessandro II come unico Papa. Finalmente Alessandro poté svolgere il suo mandato sino al 1073 grazie anche ai buoni rapporti che aveva con Matilde di Canossa da lui conosciuta sin da bambina. Nel decennio in cui fu Papa non volle comunque lasciare la sua carica di Vescovo di Lucca di cui si interessò sempre arrivando ad essere il promotore della costruzione del nuovo Duomo di san Martino (1070). Concesse molti privilegi alla sua città autorizzando i suoi governanti a poter usare, nei diplomi, il suo sigillo plumbeo raffigurante l’effige di San Pietro e di San Martino. Il suo pontificato riportò la chiesa di Roma nel contesto europeo in quanto seppe svolgere un’attenta opera di riavvicinamento ai singoli regni inviando il vessillo papale al duca normanno Guglielmo nella campagna contro gli inglesi e al re di Spagna nella conquista della Sicilia araba.
Morì a Roma il 21 aprile del 1073 e fu sepolto nella Basilica lateranense.
LUCIO III
Cittadino lucchese della nobile famiglia Allucingoli (che aveva le sue case vicino a Piazza Bernardini) Ubaldo Allucingoli fu eletto a Velletri dopo la morte del papa Alessandro III il 6 settembre del 1181. Come cardinale e messo papale aveva svolto molte missioni presso l’Imperatore Federico Barbarossa che appunto lo stimava molto sia per le doti umane che per quelle politiche.
Durante il pontificato poté risiedere solo un anno a Roma a causa dei contrasti con i cittadini che aspiravano a raggiunger la libertà comunale. Altra discordia si ebbe per la conquista del castello di Tuscolo di cui i romani volevano impossessarsi mentre il Papa lo riteneva proprio e per questo chiamò Cristiano di Magonza che sgominò gli assedianti. I romani non gradirono l’azione dimostrando un vero odio contro tutto il clero al punto che arrivarono a catturare un certo numero di preti, e dopo averli accecati tutti, li caricarono bendati su degli asini rimandandoli dal Papa. Lucio, visti i rapporti con il popolo fuggì da Roma rifugiandosi a Verona. Qui ebbe altri contrasti con l’imperatore Barbarossa cui chiedeva la restituzione dell’eredità di Matilde di Canossa che il Vaticano voleva per sé mentre l’Imperatore non ne voleva sapere. Nel 1180 fu il principale artefice dell’editto di Costanza in cui si bandivano dalla Chiesa i Catari ed i Valdesi.
Morì a Verona il 25 novembre 1185 e fu sepolto nel Duomo della città.
NICCOLÒ V
Tommaso Parentucelli, nato probabilmente a Sarzana il 15 novembre 1397. Addottoratosi in teologia all'università di Bologna, salì presto verso i più alti gradi della carriera ecclesiastica divenendo, vescovo di Bologna e poi cardinale, oltre che per la sua larga cultura anche per le doti di abilità e di tatto che erano precipue del suo temperamento. Diplomatico finissimo e di spiriti concilianti, egli si preoccupò subito di porre termine allo scisma che dilaniava la Chiesa avviando trattative con Luigi duca di Savoia per l'abdicazione alla tiara di suo padre Amedeo VIII, l'antipapa Felice V. E riuscì pienamente nell'intento, facendo leva da una parte, per mezzo del re Carlo VII di Francia, sull'ambizione di Luigi di Savoia che drizzava le sue aspirazioni verso Milano e aveva bisogno perciò dell'aiuto francese, dall'altra sulla sottomissione dei principi e della chiesa tedeschi coi quali venne a un accordo, col concordato di Vienna del 17 febbraio 1448, intorno all'annosa questione della collazione dei benefici ecclesiastici. Così il 7 aprile 1449 Felice V rinunciava spontaneamente al papato, e con la sua rinuncia la Chiesa, dopo circa settant'anni di scisma, riconquistava la sua unità. N. non volle approfittare della vittoria: Amedeo VIII fu creato cardinale vescovo di Sabina e ricolmato di onori e di privilegi, i padri del concilio di Basilea furono assolti da tutte le censure e confermati nei loro benefici, e il pontefice poté sperare di giungere in breve a quella piena restaurazione dell'autorità della Chiesa, che era indispensabile per attuare l'ideale, ch'egli sempre perseguì, di un regno pacifico e sereno, allietato dal fasto e dal culto delle lettere e delle arti. Poiché la pace fu veramente una delle sue aspirazioni predominanti. Ma la pace di cui si preoccupò fu molte volte esteriore e ottenuta solo temporaneamente a prezzo di espedienti diplomatici. In fondo, nel suo stesso spirito di conciliazione si celava spesso un certo atteggiamento di agnosticismo di fronte ai tradizionali ideali religiosi e politici del papato. Ciò spiega, per es., il favore dato al Valla e al Poggio, spiritualmente ormai in piena opposizione con la Chiesa, l'indulgenza verso S. Porcari nel 1447 e nel 1450, e l'incomprensione dei suoi ideali, l'indifferenza di fronte alla caduta di Costantinopoli. Massimi interessi del suo spirito erano invece quelli proprî dell'umanesimo erudito e cortigiano: il culto delle antiche lettere, il ciceronianismo, l’otium cum dignitate, l'amore per la ricchezza, il favore dato alle arti. Non che mancassero del tutto durante il suo regno anche i segni dell'attività di quella corrente dell'umanesimo che mirava a un profondo rinnovamento della Chiesa e della vita cristiana: il cardinale Niccolò da Cusa fu inviato, p. es., nei territori dell'impero per restaurare l'ordine e la disciplina ecclesiastica, sconvolti durante il grande scisma; Giovanni da Capistrano andò come legato quasi a evangelizzare di nuovo la Germania meridionale, l'Austria e la Moravia; nel giubileo del 1450 venne solennemente innalzato agli onori degli altari S. Bernardino da Siena. Ma N. V è anche il papa che non esitò, di fronte alle necessità di danaro per i suoi grandiosi progetti edilizî, a vendere le indulgenze in Germania e in Francia, sì che egli ci appare più come precursore di Leone X che non di Adriano VI o di Paolo IV.
Anche con l'impero seguì una politica di conciliazione e di compromesso, aderendo, alla fine, al desiderio che Federico III aveva più volte espresso di essere coronato, e la cerimonia avvenne senza incidenti, a Roma, il 17 marzo 1452, quantunque i rapporti tra i due poteri rimanessero, poi, sempre avvolti in un'aura di reciproca diffidenza.
Più fortunata fu l'opera di N. V, nel riordinare lo stato della Chiesa, che sotto il suo governo godette di un periodo di vera prosperità. I nobili più riottosi furono attirati verso la Chiesa con la concessione di vicariati, dovunque fu ristabilito l'ordine e la sicurezza; perfino Bologna, sempre fiera della sua indipendenza, si sottomise il 24 agosto 1447 al pontefice, che vi inviò come governatore il cardinale Bessarione. Ma la congiura del gennaio 1453 di Stefano Porcari che egli aveva già perdonato due volte e nel 1450 aveva inviato in non duro esilio a Bologna, infranse completamente le illusioni e le nostalgie di pace di N. V, sì che il suo animo s'inasprì ed egli infierì nelle condanne e nelle esecuzioni. D'allora in poi il pontefice cadde in uno stato di tristezza e di diffidenza da cui non si rilevò più fino alla morte, avvenuta nella notte tra il 24 e il 25 marzo del 1455.
Il suo amore per le arti e per le lettere fa di lui il primo papa del Rinascimento. E appunto sotto questo aspetto il papato di N. ha un'importanza veramente considerevole nella storia della cultura. Egli si circondò di eruditi e umanisti, ai quali concesse favori, uffici e pensioni, senza preoccuparsi eccessivamente né dei loro atteggiamenti spirituali né dei loro costumi. Leon Battista Alberti, Giannozzo Manetti, Vespasiano da Bisticci, il Marsuppini, il Filelfo, il Decembrio, Giorgio da Trebisonda, Lorenzo Valla, Poggio Bracciolini ebbero larga accoglienza alla sua corte. Il papa profuse tesori per raccogliere manoscritti e la sua biblioteca ricca di circa un migliaio di codici, costituì il primo nucleo di quella che fu poi la Biblioteca Vaticana. Ma, oltre a manoscritti, il pontefice comprava anche gioielli, opere d'arte, paramenti fastosi, sete e damaschi di valore, mobili di lusso. I migliori artisti del tempo furono invitati a Roma: il Beato Angelico, Piero della Francesca, Andrea del Castagno, Benedetto Buonfigli di Perugia. Il Vaticano, la basilica di S. Pietro e le principali chiese di Roma furono restaurate; il quartiere dei Borghi fu completamente ricostruito; a N. pure si deve la fontana di Trevi, poi rifatta da N. Salvi.
Era la fine dell’estate del 1325 e da lunghi giorni Castruccio Castracani, asserragliato nella Rocca del Cerruglio (odierna Montecarlo) passava le sue giornate controllando da lontano i movimenti dell’esercito inviatogli contro da Firenze che, entrato nei territori lucchesi, avanzava nella grande pianura acquitrinosa dove sorgeva Altopascio.
Castruccio si era rintanato lì con tutto il suo esercito appena giunta la notizia che il Generale Cardona, comandante in capo dei fiorentini, aveva varcato i confini della Valdera con lo scopo di distruggere rapidamente l’esercito lucchese.
Da anni Firenze mal sopportava l’ingerenza e la potenza di quel Ghibellino capace di minare la sua immagine e di limitarne la supremazia su tutta la Toscana e per cancellarlo dalla faccia della terra aveva messo in campo un esercito fortissimo dandolo in guida al generale spagnolo Raimondo di Cardona.
Castruccio sapeva bene che le sue forze erano nettamente inferiori e per questo restava ben asserragliato nelle sue difese lasciando che i Fiorentini causassero incendi e distruzioni in tutta la piana. Sapeva anche che il Visconti gli aveva promesso l’invio di un suo contingente di fortissimi cavalieri tedeschi che però tardavano ad arrivare. Per guadagnare tempo e tenere in allarme i fiorentini scelse l’arma della guerriglia: giornalmente faceva uscire gruppi di cavalieri che con rapide scorrerie portavano scompiglio nelle file dei Guelfi. Unico vantaggio dei lucchesi era quello di conoscere perfettamente il terreno che circondava la rocca: infido e malsano in quanto a quei tempi tutta la zona era coperta dalla grande palude di Fucecchio. Proprio la scarsa conoscenza del terreno fu il principale errore del generalissimo Cardona che scelse di porre il suo campo proprio al centro della palude nei pressi dell’abitato di Altopascio difeso da pochi soldati lucchesi.
Dopo un lungo assedio, nel corso del quale i fiorentini non mancarono di scagliare cadaveri in decomposizione all’interno delle mura degli assediati, il 25 agosto la cittadina dovette capitolare.
Castruccio, dagli spalti della Rocca del Cerruglio, vedeva il fumo degli incendi salire dalle mura di Altopascio e, con le lacrime agli occhi, sapeva di non poter intervenire in difesa di quel castello tanto noto ed amato dai pellegrini della Francigena perché sede di quei Cavalieri del Tau sempre disposti a sfamare ed aiutare i bisognosi. Purtroppo, le sue limitate forze lo obbligavano a restare rintanato lì attendendo li aiuti promessi dai suoi alleati.
Il 9 settembre il Cardona decise di spostare il suo campo verso una zona più salubre sul colle di Cercatoia posto fra Porcari e Montecarlo e Castruccio ne approfittò per scagliare il suo primo attacco che, il giorno 11, lo vide infliggere una prima sconfitta alle avanguardie fiorentine che furono costrette a ritirarsi. Poi, per ingannare i nemici ed arrestarne l’avanzata, fece in modo che nel campo fiorentino si spargesse la voce che alcuni paesi lucchesi stessero per ribellarsi al loro Signore. Il Cardona cadde nel tranello e, anziché avanzare ancora, si attestò in attesa di conoscere gli ulteriori sviluppi.
Nel frattempo, Azzone Visconti arrivò a Lucca a capo di 1500 cavalieri e, dopo una lunga trattativa economica cui pare intervenne anche la moglie di Castruccio le cui grazie avevano colpito il milanese, accettate le offerte economiche decise di raggiungere la Rocca del Cerruglio e di schierare il suo esercito con i ghibellini.
Ricevuti gli attesi rinforzi, Castruccio studiò immediatamente un astuto piano di battaglia e la mattina del 23 settembre dell’anno 1325 mosse contro il nemico.
Era una fresca mattina settembrina ed una fitta nebbia si alzava a lente volute dai canali del padule coprendo la luce del sole. I due eserciti si muovevano in un terreno paludoso coperto di canneti e ricco di canali più o meno profondi che rendevano difficoltosi tutti gli spostamenti. Lo scontro avvenne presso la chiesa di Badia Pozzeveri dove gli eserciti avevano preso posizione attendendo le rispettive mosse. Il Cardona ruppe gli indugi per primo e, seguendo uno schema di battaglia tradizionale lanciò la sua cavalleria centralmente contro lo schieramento nemico senza immaginare che potesse essere proprio ciò che voleva Castruccio. Infatti, dopo un primo scontro in cui i fiorentini parvero prevalere, Castruccio fece arretrare il suo esercito che aprendosi velocemente ben coperto dai moltissimi balestrieri, vera arma in più delle truppe lucchesi, creò una sacca in cui i cavalieri fiorentini rimasero intrappolati. Mentre cercavano di girare le loro cavalcature per aprirsi un varco Castruccio li attaccò con la sua cavalleria particolare cui si era aggiunta a quella di Azzone e in pochissimo tempo sbaragliò i fiorentini che si dettero ad una precipitosa fuga rifugiandosi presso il loro Carroccio. La battaglia si protrasse a lungo con fasi alterne ma fu proprio la scarsa conoscenza del terreno che, limitando i movimenti, impedì ai fiorentini di gestire le proprie forze che spesso finivano per sprofondare nelle sabbie mobili e nei fossi. Alle prime ore del pomeriggio l’esercito fiorentino era in rotta e si era dato alla fuga inseguito dai lucchesi che senza alcuna pietà lo incalzavano da presso.
Unico passaggio per tornare a Firenze era l’attraversamento del ponte di Cappiano che Castruccio, astutamente, aveva fatto occupare dai suoi uomini sin dalla tarda mattinata proprio per chiudere ogni via di fuga. Qui si concluse il massacro: i guelfi di Firenze, senza più capi ed in piena rotta si trovarono chiusi fra la palude ed il fiume Usciano il cui passaggio era occupato dai lucchesi che non gli dettero scampo. Dopo un ulteriore scontro i fiorentini dovettero arrendersi alla superiorità dei ghibellini lucchesi e deposero le armi.
Quel giorno caddero oltre 15.000 soldati di Firenze fra cui molti giovani della miglior nobiltà e moltissimi furono i prigionieri fra cui lo stesso Cardona con tutto il suo stato maggiore.
Castruccio, non contento della grande vittoria, inseguì i pochi superstiti fin sotto le mura di Firenze dove pose il suo accampamento presso Peretola. Il suo progetto prevedeva l’assedio di Firenze sino all’arrivo dell’imperatore Lodovico il Bavaro di cui era amico ed alleato. Per divertire i suoi soldati e fare uno spregio agli assediati dette ordine che fossero corsi 3 palii sotto le mura di Firenze: uno corso da uomini a piedi, uno corso su somari, ed uno corso da meretrici. Dette pure ordine che proprio di fronte a Porta a Lucca fosse battuta moneta: il celebre Castruccino. I però giorni passavano monotoni e l’imperatore non arrivava mentre invece giungevano voci di un interessamento Papale alla causa fiorentina. A questo punto vuoi per i motivi politici, vuoi per l’avvicinarsi della brutta stagione (nel medioevo difficilmente si combatteva nella stagione delle piogge) Castruccio ai primi di novembre tolse l’assedio e rientrò a Lucca. Il rientro in città avvenne nel giorno di San Martino, l’11 novembre, e Castruccio fu festeggiato con un “trionfo” come quelli riservati agli antichi imperatori romani. L’esercito lucchese entrò dalla Porta San Gervasio in parata, fra ali di popolo plaudente che spargeva petali di fiori mentre tutte le campane della città suonavano a stormo. Dopo l’esercito veniva una moltitudine di carri contenti l’enorme bottino di guerra seguiti dalla lunga fila dei prigionieri in catene tutti recanti in mano un cero da offrire al Volto Santo ed il Carroccio di Firenze con il gonfalone fiorentino appeso a rovescio e con la campanella privata del batacchio. Infine, veniva lui: Castruccio, il vincitore di Firenze! Sedeva su un trono al centro di un carro tirato da quattro cavalli bianchi ed indossava la sua armatura migliore. Giunto di fronte al Duomo si inginocchiò di fronte al Vescovo che era uscito a benedirlo dopodiché volle entrare in chiesa per recarsi a pregare di fronte al Volto Santo cui donò buona parte del suo bottino di guerra.
Paolo Guinigi, in prime nozze sposò Maria Caterina Antelminelli, che era appena una bambina ma che gli portava in dote un cospicuo patrimonio derivantele dalla sua parentela con Castruccio Castracani che era stato uno dei condottieri più brillanti del Medioevo italiano e la cui fama era stata tanta da indurre Niccolò Machiavelli a dedicargli, nel 1520, un suo libro divenuto famoso: “Vita di Castruccio Castracani da Lucca”.
Alla morte di Caterina però, Il Guinigi si vide costretto a contrarre un nuovo matrimonio che gli garantisse la nascita di un erede in grado di succedergli nella Signoria di Lucca. A quei tempi i matrimoni avevano spesso un importante legame politico infatti, il più delle volte, non ci si sposava per amore ma per convenienza. Paolo volendo cementare nuove e potenti alleanze si rivolse ai suoi più potenti alleati: i Visconti di Milano, perché gli suggerissero una sposa adeguata al suo rango.
Questi gli proposero la giovane figlia del Marchese Carlo del Carretto Signore di Savona e di Finale: Ilaria.
Ilaria del Carretto aveva circa 20 anni ed era nata a Zuccarello, un paesino ligure nel 1379, e di lei si diceva fosse molto bella e potente in grado da garantire una forte alleanza con la Liguria e Genova. Paolo, affascinato dall’idea, prese i necessari contatti convinto che il matrimonio gli avrebbero portato notevoli benefici per l’importante alleanza con antico ricco e rispettato casato ligure. Conclusi gli accordi fu deciso che Ilaria abbandonasse il suo castello sul mare per raggiungere Lucca nell’inverno del 1403. Il 2 febbraio 1403 Ilaria raggiunse Lucca dove, a Ponte San Pietro, incontrò Paolo Guinigi ed il suo seguito. Il corteo poté raggiungere la città attraversando il Serchio completamente ghiacciato e il giorno successivo, festa di San Biagio, fu celebrato il matrimonio nella chiesa di San Romano, alla presenza della migliore nobiltà. Paolo aveva voluto che il matrimonio fosse celebrato con una festa memorabile della durata di tre giorni durante i quali tutto il popolo potesse ballare e divertirsi nelle strade imbandite con cibi e bevande.
Per prepararsi a questo matrimonio aveva fatto sospendere le leggi suntuarie, che “cercavano di frenare il lusso delle donne lucchesi in quanto in sete ed altri addobbi personali esse spendevano quasi tutta la loro dote. “, come scrive Neria De Giovanni nel suo “Ilaria del Carretto – La donna del Guinigi”.
Subito dopo le nozze la coppia partì per un lungo viaggio attraverso la Garfagnana e tutte le terre lucchesi proprio perché Paolo voleva che il popolo conoscesse la nuova Signora di Lucca. Dopo il rientro dal lungo viaggio di nozze (durato nove mesi) nasceva Ladislao l’atteso erede della famiglia Guinigi. Paolo però voleva altri figli e così Ilaria, l’anno dopo, rimase nuovamente incinta e mise alla luce la piccola Ilaria junior. Ma questo secondo fu un parto fatale, perché, per cause rimaste incerte (qualcuno sospetta addirittura che sia stato proprio lui a causarne la morte, avvelenandola e avvelenando anche il suo fedele cagnolino.), morirà tra dolori strazianti l’8 dicembre 1405, all’età di 26 anni.
La morte getta nella costernazione l’intera città, che aveva voluto bene alla giovane venuta da lontano e che la piange a lungo. Ilaria viene sepolta nella Cappella Guinigi all’interno della chiesetta di S. Lucia sul dietro di San Francesco dove dal 1358 esistevano le tombe della famiglia Guinigi e dove, dopo gli ultimi scavi effettuati in occasione dei recenti restauri, sono stati trovati alcuni scheletri femminili fra cui probabilmente c’è pure il suo.
Paolo in quegli anni è distrutto dal dolore e vuole per la sposa un monumento funebre che ne perpetui la bellezza e per questo chiama a scolpirlo il maestro Jacopo della Quercia, un giovane e promettente artista, nato vicino Siena. Jacopo termina il suo lavoro nel 1408 stupendo il mondo per la straordinaria bellezza dell’opera che ha saputo realizzare il sogno di Paolo, lasciando ai posteri l’immagine di una donna bellissima che pare ancora viva e semplicemente addormentata.
Il sarcofago viene posto (probabilmente senza il corpo), infatti, nella Cattedrale della città, in modo che tutti possano ammirarlo.
La bellezza e la purezza di quell’immagine si diffondono ovunque e la fama dell’opera e della donna che in essa è immortalata fa accorrere curiosi e studiosi da ogni luogo. L’Opera è uno straordinario incontro tra il tardo-gotico di ascendenza francese, rappresentato dal panneggio a pieghe sottili e parallele, e il nascente gusto rinascimentale di origine fiorentina ravvisabile nel dolce modellato della figura e del volto. Questa levigatezza dei marmi che era già stata notata nel Cinquecento da Giorgio Vasari con queste parole "... Jacopo di leccatezza pulitamente il marmo cercò di finire con diligenza infinita", fa di questo sarcofago uno dei massimi capolavori della scultura quattrocentesca.
Grandi poeti se ne innamorano e dedicano alla giovane e sfortunata sposa le loro poesie fra questi Umberto Saba, Pier Paolo Pasolini ed il grande Gabriele D’Annunzio. Ma non solo i grandi poeti si sentono ispirati dalla bellezza di Ilaria anche comuni cittadini che tuttora la celebrano nei loro versi: Ilaria incanta tutti.
Voglio concludere la storia della Bella Signora che dorme in San Martino invitandovi a cliccare sulla stringa seguente che vi collegherà ad una pagina di YouTube dove potrete ascoltare la mia “Ballata di Ilaria” cantata dal menestrello lucchese Gildo dè Fantardi.
Accade così che due giovani sposi, nel loro viaggio di nozze, decidono di fare sosta a Lucca e di recarsi nel bel Duomo della città.
Dal transetto meridionale, da qualche tempo Ilaria è stata trasferita nel transetto opposto, a sinistra dell’altare (oggi nella sagrestia). Lo scorgono, accelerano il passo; trascurano le altre bellezze che arricchiscono la Cattedrale di questa antica e nobile città; perfino passano davanti al Volto Santo, l’immagine sacra ai Lucchesi, senza accorgersene. Si trovano davanti a Ilaria. Com’è bella! Davvero pare che dorma. Nessuna traccia della sua sofferenza è rimasta sul volto. L’artista l’ha scolpita nel fulgore della sua serenità. L’abito pare guarnire una divinità sorpresa nel suo sonno.
Gli sposi si guardano negli occhi, conoscono la storia di quella giovane madre, essi desiderano un figlio al più presto, come lo desiderò Paolo Guinigi, temono che qualcosa possa accadere di funesto, e soprattutto la sposa è silenziosa e triste.
Lo sposo ha intuito. Nello sguardo profondo tra i due c’è già la conoscenza e il desiderio della vita. Il giovane prende la mano della sposa e la pone sul volto di Ilaria. Non dicono niente, ma la loro preghiera è più che esplicita, anche nel silenzio. Le chiedono di preservarli da quel dolore che ha privato Ilaria della vita, e che quando arriverà il momento del parto, Ilaria vegli sulla donna e la protegga.
Non si sa come sia potuto accadere, ma quel gesto si è tramandato nel tempo, spontaneamente, e tante giovani coppie, innumerevoli innamorati, sono venuti e continuano a venire a Lucca per toccare il volto di Ilaria, per accarezzarlo e chiedere la sua protezione.
Se si osservi il monumento, sono rimaste nel volto le tracce di quella confidenza e di quella straordinaria fede.
Secondo un’altra credenza popolare, si racconta che se una ragazza visita il celebre sarcofago, Ilaria l’aiuti a trovare l’uomo giusto e quindi l’amore.
Si narra perfino che un giorno un visitatore, innamoratosi di Ilaria, si accingesse a tagliarle la testa per portarsela al suo paese. Sennonché, il canino che giace ai piedi di Ilaria si mise ad abbaiare così forte che, sopraggiunto il sagrestano, l’uomo si trovò costretto a fuggire, rinunciando al suo proposito sacrilego.
Castruccio nacque a Lucca il 29 marzo 1281 da Gerio della nobile famiglia degli Antelminelli e Nuccia Streghi. Sin da piccolo venne educato alla cultura delle armi e della caccia passando gran parte delle sue giornate nei castelli che la sua famiglia aveva nei feudi di Coreglia e Ghivizzano. Nel 1300, in seguito ad una rivolta scoppiata in Lucca fra Guelfi e Ghibellini la sua famiglia, che apparteneva alla fazione dei Neri, viene cacciata dalla città subendo la confisca di tutti i beni e l’abbattimento di tutti i palazzi che andavano dall’attuale piazza Antelminelli sino a piazza Bernardini. Dopo la precipitosa fuga si recò in esilio presso alcuni parenti ad Ancona per poi trasferirsi, alla morte del padre, in Inghilterra presso lo zio Alderigo che gestiva un banco di seta presso la Corte.
La sua vita però non era destinata a svolgersi in un fondaco commerciale, infatti la sua abilità nell'uso delle armi e nel gioco della pallamano, che gli valse la vittoria in vari tornei, lo portò ad ingraziarsi i favori del re Edoardo II che lo volle a Corte come cavaliere del suo seguito.
Tuttavia, durante una cena a corte fu offeso da un nobile che Castruccio, per motivi d'onore, uccise con una pugnalata. Il Re dette ordine di arrestarlo ma Castruccio riuscì a fuggire rifugiandosi in Francia dove si mise al servizio del Re Filippo il Bello. Posto al comando di un reggimento partecipò alla guerra di Fiandra mettendosi particolarmente in luce a Therouanne.
Nel 1304 rientrò in Italia mettendosi al soldo della famiglia Veronese dei Della Scala e, successivamente, della Serenissima Repubblica di Venezia di cui diventò governatore della Dalmazia.
Ma la sua idea fissa rimaneva il ritorno a Lucca che sentiva la sua città e di cui subiva la nostalgia.
RITORNO A LUCCA
In seguito alla discesa in Italia di Arrigo VII, nel 1314, Castruccio si aggregò alle truppe ghibelline di Uguccione della Faggiuola, capo riconosciuto dei ghibellini toscani e signore di Arezzo e Pisa. Con lui iniziò una campagna bellica contro l’alleanza Guelfa che lo portò a rientrare in Toscana. Lucca nel frattempo era retta da quella stessa parte guelfa che lo aveva scacciato nel 1300 ed Uguccione decise di conquistarla. La città fu assediata dai Ghibellini e, grazie al tradimento di alcune famiglie che nottetempo aprirono la Porta di S.Frediano, fu presa il 9 maggio 1314. Una volta caduta, Lucca fu preda dei Ghibellini che per tre giorni la sottoposero ad un feroce Sacco. Fra i tanti tesori rubati nell’occasione fece spicco quello del Vaticano depositato nella chiesa di San Frediano in attesa di essere trasferito ad Avignone dove il Papa si era ritirato.
Nel 1315 combattè nella battaglia di Montecatini (29 agosto 1315) dove risultò essere il principale artefice della vittoria dell'esercito ghibellino contro la Lega Guelfa guidata da Firenze cosa che, legata all’amore che gli dimostravano i lucchesi, gli causò non poca antipatia agli occhi di Uguccione che vedeva in lui un pericoloso rivale.
Per questo Uguccione, dopo averlo invitato a cena, gli tese un’imboscata facendolo imprigionare in attesa di poterlo giustiziare. Tuttavia a seguito di una rivolta popolare in Lucca e Pisa, Uguccione dovette fuggire e Castruccio venne liberato ed acclamato Capitano Generale della città di Lucca, e poco dopo (12 giugno 1316) Console a vita.
SIGNORIA DI LUCCA
Il potere ghibellino e la signoria di Lucca furono da lui consolidati negli anni successivi che lo videro divenire Signore della città. Dal 1316 al 1325 allargò i suoi domini su buona parte della Toscana e della Liguria badando di accrescere le sue alleanze e di rinforzare, con la costruzione di imponenti castelli i confini. Nel 1320 il re Federico III d'Austria lo nominò vicario imperiale per Lucca, la Lunigiana e la Val di Nievole, e in tale incarico gli venne confermato nel 1324 dall'imperatore Ludovico il Bavaro, suo grande amico e alleato che lo nominò Duca di Lucca, di Pistoia, di Luni, di Prato, di San Gimignano, di Colle di Val d'Elsa, di Volterra e Signore di Pisa.
Firenze non rimase però insensibile all’accrescere della potenza ghibellina e decise di armare un forte esercito agli ordini del generale spagnolo Cardona e con esso entrò nei territori lucchesi spingendosi sino alla piana di Altopascio dove il 22 e 23 settembre 1325, si combatté una grande battaglia in cui Castruccio dimostrò tutta la sua capacità tattica infliggendo una grave sconfitta al più numeroso esercito fiorentino.
Castruccio inseguì gli sconfitti sino sotto le mura di Firenze dove, posto l’assedio, fece battere moneta e correre, per spregio, tre Palii di cui uno di “homini a piedi”, uno di “homini a cavallo di ciuchi” e l’ultimo di “donne di malo affare”.
Firenze era in ginocchio, senza alleati e con l’esercito distrutto, attendeva solo la capitolazione che non avvenne solo perché Ludovico il Bavaro non mandò i rinforzi promessi ed il sopraggiungere della cattiva stagione indusse Castruccio a rientrare a Lucca dove la città, l’11 novembre del 1325, gli tributò un Trionfo alla maniera degli antichi Romani. L’esercito lucchese sfilò fra due ali di popolo festante seguito da moltissimi carri con il bottino di guerra conquistato e da oltre 12.000 prigionieri (fra cui il Generalissimo Cardona con il figlio) che recavano in mano un cero da offrire al Volto Santo.
In quegli anni la sua potenza si allarga a dismisura e molti furono coloro che lo videro come unico signore capace di raggruppare le forze ghibelline italiane. Per la sua avversione al potere temporale della Chiesa nel 1327 venne scomunicato da Papa Giovanni XXII.
Nel 1328 Lodovico il Bavaro chiamò Castruccio a Roma perché lo assistesse nella sua incoronazione ad imperatore e per concedergli la nomina a senatore del Sacro Romano impero e Vicario Imperiale per l’Italia.
Durante il soggiorno romano, per lui particolarmente ricco di soddisfazioni, gli giunse notizia che Pistoia era insorta per cui Castruccio, avuta licenza dall’imperatore, tornò velocemente a Pisa dove lo attendeva il suo speciale corpo di 2000 balestrieri, coi quali si precipitò sotto le mura di Pistoia incontrandosi con l'esercito lucchese che già assediava la città. In poco tempo riuscì a reimpossessarsi di Pistoia operandovi una severissima repressione ma contraendo però una fastidiosa febbre malarica che, il 4 settembre, lo portò alla morte mentre si preparava a riprendere, sostenuto dall’Imperatore, le armi contro Firenze. La notizia della sua morte fu comunicata solo il 10 settembre per consentire al figlio Arrigo di prendere possesso di Lucca e Pisa.
Per suo ordine venne sepolto nella chiesa dei frati minori di S. Francesco con indosso il saio dell’ordine. Il funerale si svolse il 14 settembre 1328, tutta Lucca lo pianse e volle che le sue armi fossero gelosamente conservate presso la cittadella dove, purtroppo, nel 1799 furono rubate dai soldati Austriaci che occuparono la città.
La sua vita ispirò Niccolò Machiavelli, che molto ne apprezzò le doti di stratega e di signore e nel 1520 ne pubblicò una biografia romanzata, dal titolo La vita di Castruccio Castracani da Lucca, molti sono coloro che vogliono vedere il riferimento alla sua figura anche nell’altra più celebre opera del Machiavelli “Il Principe”. Successivamente anche Mary Shelley (autrice di Frankenstein) scrisse un romanzo ispirato alla vita del nostro condottiero: “Valberga – vita e avventure di Castruccio, principe di Lucca”.
Nato a Lucca nel 1498 (fu battezzato il 18 settembre nella chiesa di S. Giovanni) Francesco Burlamacchi fu avviato alla mercatura (attività che aveva reso ricca la Famiglia Burlamacchi) anche se non lo trovava troppo favorevole. Dopo la morte del padre avvenuta nel 1528 si dedicò alla politica divenendo membro del Consiglio degli Anziani della Repubblica di Lucca di cui spesso ne fu ambasciatore presso le corti europee. Nel 1531 sedò la rivolta degli Straccioni facendo imprigionare e giustiziare i maggiori fomentatori. Nel 1533 divenne per la prima volta Gonfaloniere di Giustizia e in lui cominciò a maturare l’idea di poter creare una Toscana libera e non più sottomessa ai Medici. Uomo di cultura, aveva idee molto liberali sia in politica che sulla religione e verso il 1540 cominciò a studiare un progetto di stato liberale molto avanzato per i suoi tempi. Il suo progetto prevedeva di riuscire a riunire un esercito lucchese con cui spingersi sino a Pisa (in quel momento sotto Firenze) e liberarla. Poi, contando sull’aiuto dei pisani, spingersi verso Firenze certo di trovare appoggi a Pistoia e Prato stanche di subire il dominio fiorentino. Con questi crescenti aiuti aveva idea di poter scacciare i Medici da Firenze liberando la città e creando un unico stato toscano libero ed indipendente. La cosa giunse però all’orecchio di Cosimo dè Medici che, accordandosi con l’Imperatore Carlo V, riuscì nel 1546 a farlo arrestare e portare a Milano. Burlamacchi fu torturato, poi processato e il 14 febbraio 1548 decapitato nel piazzale del Castello Sforzesco. Molti hanno voluto vedere in lui il primo sostenitore di un’Italia unita e per questo motivo durante il Risorgimento venne onorato e inneggiato.
Alla morte di Castruccio Castracani,
avvenuta il 3 settembre 1328 per le febbri malariche contratte nell’assedio di
Pistoia, la città di Lucca passò nelle mani del figlio di Castruccio Enrico che
solo un mese dopo venne esautorato dall’Imperatore Lodovico il Bavaro che ne
rivendicò il governo, esercitandolo tramite vicari propri. Successivamente il
vicariato fu ceduto per 22.000 fiorini d’oro a Francesco Castracani, cugino
d’Enrico, che il 15 aprile 1329 doveva ricederlo all’imperatore che lo
assegnava a Marco Visconti. Il 2 settembre dello stesso anno Lucca fu venduta
per 60.000 fiorini al genovese Gherardo Spinola che dopo 18 mesi la cedeva a
Giovanni di Boemia. Egli la rivendette nel 1333 per 35.000 fiorini ai Rossi di
Parma che la passarono a Mastino della Scala. Nel 1341 gli Scaligeri la
cedettero ai fiorentini che l’anno successivo dovettero abbandonarla nelle mani
del doge di Pisa Giovanni Dell’Agnello. Egli pose il suo comando all’interno
dell’imponente fortezza dell’Augusta, realizzata da Castruccio come sua
residenza cittadina su disegni di Giotto, e da lì impose un regime dittatoriale
volto a stroncare definitivamente la forza della nemica di sempre. Il territorio lucchese fu lungamente
devastato e vennero imposte nuove pesantissime tasse che i lucchesi mal
sopportavano e per questo motivo i molti fuoriusciti si adoperarono presso
l’imperatore Carlo IV di Boemia affinché intervenisse a favore della città.
L’Imperatore, cogliendo l’occasione di una sua discesa in Italia e dietro il
lauto compenso dell’enorme cifra (per quei tempi) di centomila fiorini d’oro,
decise di emettere un proclama che affrancasse la città di Lucca da ogni
servitù straniera ponendo fine così all’ormai trentennale occupazione pisana
che restò famosa con l’infausto nome di “schiavitù babilonese”.
Il nuovo Governo cittadino, come
primo atto dopo la sua ricostituzione, volle che fosse istituita una festa che
ricordasse nei secoli la data della riconquista della Libertà cittadina. Così
dal 1370 ogni anno, nella Domenica in Albis, la città avrebbe ricordato
l’ingresso in Lucca dell’Imperatore ed il Governo tutto avrebbe preso parte ad
una solenne funzione religiosa in Duomo (per questo motivo fu fatto realizzare
al Giambologna l’artistico altare detto “della Libertà”) durante la quale
veniva lette alcune preghiere di ringraziamento autorizzate da una specifica
Bolla di Papa Clemente VIII (preghiere rintracciate presso la parrocchia di
Pieve Fosciana e lette anche nella cerimonia di domenica prossima).
Il
secondo atto fu quello di approntare una nuova forma di Governo capace di
meglio tutelare gli interessi dei cittadini: per questo fu nominata una
commissione guidata dal Messo Imperiale Cardinale Da Montefeltro che dopo
lunghi studi decise di creare i Terzieri di San Martino, San Paolino e San
Salvatore che sarebbero stati alla base della vita politica e militare
cittadina per i successivi quattro secoli.
Il giorno della Festa della Libertà
venne ad assumere importanza notevolissima: di fatto era la principale
festività civile cittadina. Era l’unica Festività in cui gli Anziani ed il
Gonfaloniere di Giustizia erano soliti lasciare il Palazzo per presenziare
tutti assieme ad una Messa ed in questo giorno avveniva la cerimonia pubblica
della nomina dei Gonfalonieri di Terziere con la consegna ufficiale delle
insegne ai Gonfalonieri ed ai Pennonieri. La cerimonia, che la Compagnia
Balestrieri sta studiando ed ha in animo di riprodurre dall’anno prossimo, era
seguita dall’intera cittadinanza che vedeva in essa il rinnovato affermarsi
della Libertà cittadina.
Con la caduta del governo
repubblicano (a seguito dell’arrivo delle truppe francesi nel 1799) cessa la
celebrazione della festa che prosegue comunque in alcuni paesi della provincia:
Pieve Fosciana, Vorno, ecc. dove essa non è mai stata accantonata e che viene
tuttora celebrata anche se ne è stata persa l’esatta origine e troppo spesso la
popolazione non è a conoscenza quale Libertà si festeggia.
Negli
ultimi anni, la domenica successiva alla Pasqua, la Compagnia Balestrieri, nella sua costante ricerca delle più
profonde tradizioni cittadine, ha voluto ripristinare la Festa della Libertà
con una cerimonia che prevede la presenza dell’intero gruppo in costume alla
S.S. Messa delle ore 10:30 in Duomo cui prenderanno parte le principali autorità
cittadine volendo così confermare il legame voluto dai nostri antenati fra
l’amore della città di Lucca per la Libertà e la sua devozione per il Volto
Santo. Nel corso della cerimonia verrà
letta l’antica preghiera scritta dal Vescovo Alessandro Guidiccioni (1549-1600)
ed approvata dal Vaticano con Bolla del Papa Clemente VIII ritrovata alcuni
anni fa nella Canonica di Pieve Fosciana dove la festa è stata celebrata
regolarmente sino ai giorni nostri.
Il Corteo Storico della Compagnia
Balestrieri partirà alle ore 10:00 dalla Casermetta del Baluardo di San Pietro
percorrendo: via Michele Rosi, via Fillungo, via Busdraghi, Piazza San Giovanni,
Via del Duomo e Piazza San Martino.
Al termine della SS.
Messa, cui interverranno le autorità cittadine, il Corteo si fermerà in Piazza
San Martino dove si svolgerà la rievocazione della cerimonia di insediamento e
giuramento dei Gonfalonieri dei tre Terzieri accompagnata da un’esibizione del
Gruppo Musici e Sbandieratori della Compagnia Balestrieri. Al termine della
cerimonia il Corteo rientrerà in Sede percorrendo a ritroso il percorso
dell’andata.
L’intera cerimonia sarà
ripresa e trasmessa in diretta dalle telecamere di NoiTV.
Alle
ore 15:00, presso il campo di tiro della Compagnia Balestrieri (spalti antistanti
il baluardo di S.Pietro), avrà inizio il consueto Trofeo della Libertà, gara
nazionale di tiro con la balestra da postazione ad “eliminazione diretta” fra i
tiratori delle città aderenti alla Federazione Italiana Balestrieri e quelli delle città della LITAB. La gara
sarà estremamente avvincente per la presenza di oltre 100 fra i migliori
tiratori italiani e per l’occasione il pubblico potrà accedere al campo di tiro
attraverso il sotterraneo del baluardo di San Pietro (ingresso da fuori le
mura) opportunamente imbandierato ed illuminato con fiaccole. La
gara riveste particolare importanza, perché è la prima dell’anno e
l’associazione lucchese ci tiene particolarmente far bella figura per la
presenza di numero sempre crescente di balestrieri.
Massimo Baldocchi Vicario della Compagnia Balestrieri Lucca
Martedì 03 Maggio 2016 – LUCCA Mi è stato detto di scrivere qualcosa che vada
ad illustrare meglio la storia della nostra città e, con vero piacere, mi
appresto a cominciare questa avventura descrivendo una delle Feste lucchesi che
abbiamo appena vissuto: quella della Santa Croce di maggio.
Il 3 maggio, la Chiesa cattolica celebra la
festa dell’Invenzione della Santa Croce (invenzione = ritrovamento), festa che
per noi lucchesi riveste una notevole importanza, anche se spesso viene confusa
con la Festa per il ritrovamento del nostro Volto Santo.
In verità, la festa del 3 maggio ha origini ben
diverse e più antiche, infatti la si fa risalire al IV secolo dopo Cristo,
quando Elena, madre dell’imperatore romano Costantino, fece abbattere un tempio
pagano edificato in Gerusalemme sopra il Santo Sepolcro di Gesù.
Dallo scavo emerse una grotta in cui, il 3 di
maggio, furono rinvenute le tre croci del Calvario. Su di una di queste
compariva ancora (…...) il cartello posto sopra quella del Cristo ma, per
maggior sicurezza, il Vescovo Macario di Gerusalemme volle che le tre croci
fossero testate, avvicinandole al corpo di una giovinetta gravemente ammalata. Al
terzo tentativo la giovinetta si alzò perfettamente guarita, confermando al
Vescovo l’autenticità di quella Croce.
Elena volle che la Croce fosse divisa in tre
parti: una da conservare in Gerusalemme presso la Chiesa del Santo Sepolcro,
una venne spedita a Roma presso la Basilica di Costantino e la terza a
Costantinopoli, dove rimase sino al 1204, quando i soldati partecipanti alla IV
crociata (indetta proprio contro Costantinopoli) se ne impadronirono facendone
perdere ogni traccia.
Nel 1970, a seguito della riforma liturgica, la
Chiesa Cattolica ha rimosso dal calendario della forma ordinaria del rito
romano la Festa di maggio anche se a Lucca essa continua ad essere
celebrata ed avere una grande risonanza.
Per noi lucchesi la festa è legata all'immagine del Volto Santo che, rivestito dei suoi paramenti più ricchi, viene esposto al
pubblico dei fedeli. Anticamente la cappella era sigillata per tutto l’anno e
veniva aperta esclusivamente in occasione delle due feste della Santa Croce,
per cui era tradizione popolare recarsi in Duomo per potersi avvicinare alla
tanto amata immagine su cui giuravano re ed imperatori. L’importanza della
festa era legata anche all'arrivo della primavera, che stimolava gli abitanti
delle frazioni più lontane, spesso isolati per tutto l’inverno, a raggiungere
la città sede di Fiere e Mercati dove potevano comprare merci e viveri.
In questi anni, la Compagnia Balestrieri Lucca,
in riconoscimento della sua serietà e dei suoi meriti, ha avuto il privilegio
di poter offrire il servizio di Guardia alla Cappella, onore in antico
riservato solo ai membri della confraternita del Duomo e prima ancora ai nobili
cittadini. Questo onore ci consente di accedere alla cappella, garantendo che
il pubblico non possa arrecare danni o offese alla Sacra Immagine ed ai tesori
che con essa sono esposti.
Nel XIII secolo viveva, in un paesino vicino a
Lucca, una famiglia numerosa e poverissima.
Un giorno, la figlia maggiore decise di
lasciare la casa paterna e di recarsi a Lucca a servizio, in modo da poter
togliere ai genitori il peso di una bocca in più da sfamare ed al contempo potergli
inviare periodicamente un po’ di soldi. A malincuore i genitori acconsentirono
e così Zita lasciò il paese di Monsagrati per recarsi in città a sevizio dalla
nobile famiglia Fatinelli, proprietaria del grande palazzo dove sorge la chiesa
di San Frediano.
All’inizio la fanciulla dovette subire le
angherie degli altri servitori che la schernivano per i suoi modi semplici e
grezzi da autentica campagnola, ma con la buona volontà e con il lavoro seppe
farsi rispettare ed amare da tutti. La signora Fatinelli ebbe tanta stima di
lei da affidargli la cura dei suoi figli più piccoli. Zita era estremamente
religiosa e passava le sue giornate fra i lavori di casa e la preghiera.
Fra i lavori che le erano affidati c’era anche quello
che riguardava l’impasto e la cottura del pane che, a quei tempi, ogni famiglia
faceva per sé, cucinandolo nel grande forno di mattoni che ogni casa possedeva.
Una mattina Zita, dopo aver accuratamente setacciato tutta la farina, si recò
nella chiesa di San Frediano a pregare e lo fece così intensamente da non
accorgersi del passare del tempo. Quando si accorse dell’ora tarda si rese
conto che doveva ancora impastare la farina, farne dei pani, metterli a
lievitare ed infine cuocerli: non avrebbe mai fatto in tempo! Corse in cucina e
vide, con meraviglia, che la farina era stata impastata, i pani lievitati e
pronti per essere infornati. Zita non capiva chi potesse aver fatto tutto quel
lavoro quando, all’improvviso, sentì un coro di angeli ed essa comprese che
erano stati loro a lavorare al suo posto mentre lei pregava il Signore.
Le strade di quei tempi erano frequentate da
poveri e viandanti, molti dei quali erano pellegrini che percorrevano la Via
Francigena, che cercavano aiuto e qualcosa da mangiare. Per aiutarli Zita era
solita raccogliere gli avanzi di casa Fatinelli e distribuirli a coloro che
avevano fame. I poveri lo sapevano e ogni giorno aspettavano che la ragazza
uscisse di casa con gli avanzi del pane che portava in strada avvolti nel suo
ampio grembiule. La notizia giunse all’orecchio del padrone che non gradì
affatto, per cui il giorno seguente si appostò in strada e, quando Zita uscì
con il suo grembiule pieno, gli si avvicinò domandandogli: “Zita, cosa porti
nel grembiule? Aprilo e fammi vedere!”. Zita si sentì morire, conoscendo la
tirchieria del suo padrone invocò Dio che l’aiutasse e rispose: “Nel mio
grembiule ci sono solo fiori” e quando lo aprì comparvero veramente solo rose e
tantissimi fiori. Dopo che il Fatinelli, scusatosi, era rientrato in casa con
la coda fra le gambe per aver pensato male, Zita riaprì il grembiule e lo trovò
miracolosamente pieno di panini appena usciti dal forno che poté distribuire ai
suoi amati poveri. Finito di mangiare uno di essi, disse: “Ho sete, avresti un
po’ d’acqua?”. Zita si recò al pozzo (quello che esiste ancora in Via Fontana)
e vi immerse il secchio per poi offrirlo al povero. Con meraviglia il secchio
era pieno di ottimo vino ed ogni volta che lo riempiva d’acqua questa si
trasformava nuovamente in vino. Zita crebbe amata da tutti, la sua vita fu
lunga e accompagnata da molti miracoli fino al momento in cui si concluse. Un
giorno, era il 27 aprile del 1278, le campane della chiesa di San Frediano si
misero a suonare a festa con un suono così forte e melodioso che giunse agli
orecchi di tutti gli abitanti di Lucca. La gente si chiedeva il perché di
questo scampanio festoso ed il parroco corse a vedere chi suonava le campane
senza che lui ne avesse dato l’ordine. Arrivato al campanile, trovò la
porticina chiusa a chiave e, una volta aperta, si accorse che dentro non c’era
nessuno eppure le campane suonavano a distesa. Incredulo, uscì dal campanile e
proprio allora sentì la gente che urlava piangendo “È morta Zita, la domestica
dei Fatinelli”. Allora comprese: nell’attimo in cui Zita aveva cessato di
respirare le campane della chiesa avevano cominciato a suonare a festa per
annunciare l’arrivo della santa in Paradiso. Il suo corpo, vestito di seta ed
adornato di fiori, fu esposto nella chiesa di San Frediano, dove ancor oggi si
conserva miracolosamente. Dell’antico paramento rimane oggi solo la cintura,
mentre l’abito le è stato fatto rifare dalla Duchessa Elisa Baciocchi nel 1822.
I lucchesi la venerarono come santa sin dai primissimi giorni dopo la sua morte
ed il nobile Lando di Buonagiunta nel 1290 lasciava una somma di denaro da distribuirsi
fra i poveri nel giorno della festa (27 aprile). Nello Statuto del Comune di
Lucca del 1308 viene definita Santa, anche se per la chiesa si dovette
attendere il 1519, quando il Papa Leone X concesse che nel giorno della Festa
fosse celebrata una messa con l’ufficio del rito doppio. Fu papa Innocenzo XIII
che nel 1695 approvò il culto della Santa iscrivendone il nome nel martirologio
romano.
Per tutti i motivi sopra descritti, ogni anno
il 27 aprile, sin da quel lontano 1279, le campane delle chiese lucchesi
suonano a festa ed i fiori della primavera colorano le vie che videro i suoi
miracoli.
Il popolo converge numeroso sulla città
ammirando la tradizione del mercato dei Fiori, dove i fedeli sono soliti
acquistare mazzetti di fiori di campo da far benedire accostandoli al corpo
della santa, che è co-patrona della Diocesi di Lucca (assieme a San Paolino) e
Santa protettrice delle domestiche.
Da anni la Compagnia Balestrieri è chiamata ad
offrire la Guardia al corpo della Santa ed in segno di devozione e rispetto
siamo sempre presenti con una rappresentanza durante lo svolgimento delle
cerimonie ufficiali presiedute dal Vescovo.